Visualizzazioni totali

mercoledì 12 luglio 2017

Le ville al mare dei nullatenenti e i nostri conti che non tornano




Dovremmo averci fatto l'abitudine ad apprendere certe notizie, in realtà l'abitudine ce l'hanno fatta solo i falsi  'nullatenenti', e quindi 'il popolo' degli evasori, del nostro Bel Paese. Rileggendo un articolo di qualche anno fa è sorprendente come le cose non solo non siano cambiate, ma, agli evasori fiscali, si sono aggiunti i saccheggi delle banche, le 'ricette' dell'Europa, le regole delle lobbies finanziarie ormai venute allo scoperto, mentre avanza spedita la riforma Monti/Fornero delle pensioni, la quale non solo costringe ad andare in pensione con il sistema 'contributivo' (e non più retributivo) a 68 anni abbondanti (ma questo limite verrà spostato in avanti in base alle aspettative di vita che sentenzierà l'ISTAT ovvero l'Istituto manovrato dal governo stesso), ma che ogni anno diminuisce i coefficienti di trasformazione (le percentuali da applicare al montante contributivo in base all'età che determinano l'importo dell'assegno) nonostante la rivalutazione del montante di contributi versati segni un tasso zero (ovvero non si rivaluta di un centesimo, anzi, nel 2016 il tasso è negativo pertanto la differenza verrà assorbita dal prossimo tasso attivo ... se ci sarà). E pensare che il tasso di rivalutazione viene calcolato in base all'andamento del PIL su base quinquennale. Che c'entra - direte voi - l'evasione fiscale con le pensioni, l'età pensionabile, il montante contributivo, il coefficiente di trasformazione? Molto semplice! L'evasione fiscale annua in Italia è stimata intorno ai 100 miliardi di euro (300 miliardi di reddito non dichiarato) che da soli rappresentano il 5,88 di PIL  (17,65 se considerassimo il reddito non dichiarato), a ciò dovremmo aggiungere il lavoro nero e il business delle mafie, etc. ma ci sarebbe da scrivere un trattato e non un semplice articolo ..., se a ciò aggiungiamo che la maggior parte di questi danari sottratti al fisco se ne vanno all'estero e quindi non vengono investiti nell'economia italiana creando quell'effetto moltiplicatore in termini di sviluppo delle aziende (attraverso il credito) e creazione di posti di lavoro che a loro volta spingono in alto i consumi, il gioco è fatto e i nostri conti non tornano!

Nel 2015 gli italiani che vivevano in povertà assoluta erano circa 4.600.000 (ISTAT) e circa 10.000.000 i border line, ovvero leggermente sopra tale soglia (stiamo parlando del 25% della popolazione e questa percentuale non può essere considerata un 'dato marginale'). Anziché rafforzare il servizio e lavorare seriamente nella lotta all'evasione, si spiccano cartelle Equitalia che fanno lievitare le sanzioni in maniera esponenziale (abolita Equitalia 'il servizietto' viene reso dall'Agenzia delle Entrate - Riscossioni alla quale è stato dato persino il potere di prelevare direttamente dal conto del malcapitato). Si fanno manovrine e manovrette per rastrellare qualche miliardo di qua e di la sempre dalle stesse tasche (quelle dei contribuenti ovvero di chi lavora e suda onestamente, di chi percepisce una pensione ai limiti del sostentamento, di chi ha una piccola attività nella quale il 'socio' Stato si prende oltre il 65%) lasciando intatte, anzi rimpinguando, le tasche dei soliti noti (ma ignoti al fisco). Eppure i fatti che riporto di seguito sono visibili a tutti e tutti ne conoscono nome e cognome, ma, nonostante ciò, con una serie rocambolesca di provvedimenti, leggine e leggette, le cose rimangono tali e quali. Certo, in parte ce lo meritiamo, li votiamo noi! Mentre loro ti creano falsi nemici (immigrati), ti informano senza informarti sulle verità, ti trastullano con omicidi, femminicidi, processi che non finiranno mai, crolli, catastrofi, terremoti, alluvioni, iperfibra, alta velocità, sport, calcio (tanto calcio), .... mentre ti intrattengono con questi argomenti, fomentano le ruberie tipiche del nostro paese e dei nostri governanti.



"Se vedete un signore a bordo di una fiammante fuoriserie varcare il cancello di una lussuosa villa che ha appena affittato a Porto Cervo, Capri, Forte dei Marmi, Positano, oppure, perché no, Portofino e Taormina, farete bene a compatirlo: nel 47% dei casi, secondo Contribuenti.it. è nullatenente o pensionato con la social card nel portafoglio. Accanto, s'intende, a una carta di credito oro ben fornita, trattandosi evidentemente di evasori o loro prestanome. Ma è possibile che in questo Paese la faccia tosta sia una caratteristica tanto diffusa? Purtroppo lo è anche di più. Diversamente quello del «finto povero» non sarebbe diventato uno sport nazionale. Basta scorrere le notizie che finiscono in due righe in fondo a una pagina di giornale. Una volta la Guardia di finanza ha pizzicato a Siena un signore che aveva chiesto il contributo per pagare la pigione spettante agli indigenti: aveva due ville e quattro appartamenti. Proprio così. In un'altra occasione è stato sufficiente controllare a fondo il parco macchine di un caseggiato popolare per scoprire fra gli assegnatari degli alloggi i proprietari, rispettivamente, di una Porsche Carrera, una Jaguar e un Suv Volkswagen Tuareg. E questo a Padova, non a Napoli, dove il 59,9% degli occupanti abusivi delle abitazioni Iacp e addirittura il 78% di quelli comunali dichiara di vivere d'aria. D'altra parte, come si spiegherebbero le stime, probabilmente vere per difetto, che qualificano l'Italia come la Patria degli evasori: dove 300 miliardi di euro l'anno di imponibile sfuggono completamente alla Finanza, con il risultato di veder sfumare incassi per almeno 100 miliardi? Per inciso, si tratta di una volta e mezzo la somma che ogni dodici mesi paghiamo per interessi sul nostro gigantesco debito pubblico. Una situazione, sia chiaro, che il fisco conosce fin troppo bene. Basta ricordare le parole con cui il ministro dell'Economia Giulio Tremonti denunciò nel maggio 2004 durante una infuocata riunione della maggioranza di centrodestra la scandalosa contraddizione fra le appena 17 mila persone che allora dichiaravano un reddito superiore a 300 mila euro e le 230 mila auto di lusso uscite ogni anno dai concessionari: 13 volte e mezzo di più. Il fatto è che da allora le cose non sono certamente migliorate in modo radicale. Non è questa la sede per indagare sulle ragioni. Ma è un fatto che nel 2007 il numero dei contribuenti con un reddito superiore a 200 mila euro non superava 76 mila, cioè lo 0,18% del totale. Esattamente, 75.689. E il 56,8% di loro, ossia più di 43 mila, erano lavoratori dipendenti, mentre il 25% era rappresentato da pensionati: 18.811. Sapete quanti invece fra i due milioni e passa di «percettori di reddito d'impresa» dichiaravano di aver incassato oltre 200 mila euro? Soltanto 6.253. Per non dire delle società. A guardare i numeri verrebbe da pensare che fra gli imprenditori italiani ci siano eserciti di masochisti. Le società di capitali che hanno chiuso il bilancio 2007 (quello prima della grande crisi) in perdita sono state addirittura il 45% del totale (con la de-penalizzazione del 'falso in bilancio' lo abbiamo di fatto autorizzato pure! nota mia). Tutti sfortunati, incapaci, sprovveduti? Oppure furbacchioni? 
Fatevi un giro nelle banche dati delle Camere di commercio, e scoprirete che l'Italia è anche la Patria delle società di comodo. Quelle che vengono create da privati cittadini per custodire dietro uno schermo societario la proprietà della barca, della casa, della villa al mare. E chiudere il bilancio in perdita, in questi casi, è un toccasana fiscale mica da ridere. Senza parlare delle scatole costituite al solo scopo di rastrellare falsi crediti Iva: ma questa non è evasione, è truffa. Va da sé che una società già non particolarmente predisposta, anche per ragioni storiche, alla fedeltà fiscale, di tutto avrebbe bisogno tranne che di ulteriori incentivi a non rispettare le regole. I quali però, negli ultimi trent'anni, sono stati assai frequenti. I condoni fiscali, per esempio. Dal 1982 ce ne sono stati tre di quelli tombali, senza che l'effetto positivo tanto decantato ogni volta, quello di «far emergere base imponibile» sia stato tangibile. Anzi. Che gli evasori, una volta regolate le pendenze passate con il fisco, ovviamente senza nemmeno subire le sanzioni che avrebbero meritato, si «immergano» di nuovo aspettando il prossimo condono, è ormai accertato. Guardiamo la vicenda del cosiddetto scudo fiscale. La prima opportunità offerta nel 2002-2003 a chi aveva illegalmente esportato capitali all'estero senza pagarci le tasse diede un risultato clamoroso: vennero regolarizzati circa 70 miliardi di euro, che per il 60% erano stati portati in Svizzera da cittadini residenti in Lombardia. «Pochi giorni e poi partiranno controlli severissimi», proclamò il fisco. Per dissuadere gli evasori nostrani e i finti poveri con la mania delle banche offshore dal riprendere l'odioso traffico, Tremonti minacciò di installare le telecamere davanti alle frontiere elvetiche. Trascorsi appena sei anni, ecco un nuovo scudo fiscale, con risultati ancora più clamorosi. I miliardi di euro regolarizzati, questa volta, sono stati ben 106: molti di questi, è prevedibile, usciti dall'Italia dopo il 2003. Per andare da dove a dove? Ancora una volta in gran parte dalla Lombardia verso la Svizzera. Ancora... alla faccia delle telecamere." 
Sergio Rizzo*




mercoledì 5 luglio 2017

UJ 17 a numero chiuso! A quando il coprifuoco?





Quando la cura può essere più dannosa del male!

Prendi una Circolare Ministeriale, metti un Prefetto che la interpreta ed un Questore che la applica ‘alla lettera’, aggiungi il silenzio delle Amministrazioni locali  e il gioco è fatto!

Saranno massimo 4.800 i ‘privilegiati’ che potranno assistere agli eventi musicali gratuiti in Piazza IV Novembre



 e 1.500 per quelli che si terranno ai Giardini Carducci.



Questi i numeri resi noti ieri, a 3 giorni dall'inizio della kermesse jazzistica perugina, la più importante d’Italia nel suo genere, con fama e risonanza internazionale, fiore all'occhiello di Perugia e della ‘peruginità’. Già, proprio ieri! Mentre il Parlamento su richiesta dei Parlamentari umbri, approvava un finanziamento stabile, annuale,  di 1.000.000 di euro a sostegno dell’organizzazione della manifestazione (oggi sarà approvato in Senato); una sorta di riconoscimento (direbbero alcuni) al buon operare costruito in oltre 40 anni di storia di UJ; una sorta di risarcimento (direbbero altri) per continuare la sperimentazione (non tanto dell’efficacia quanto delle reazioni del popolo) del ‘numero chiuso’ nelle manifestazioni che coinvolgono numerose persone. Persone che ‘si assembrano’ per condividere un interesse, una passione, un momento di cultura ma anche di spensieratezza, per alcuni avventori è addirittura ‘la vacanza’ utilizzando i giorni di ‘ferie’ maturati in un anno di lavoro; per le strutture ricettive ed i locali pubblici, i negozi, i trasporti e tutto l’indotto che una manifestazione così coinvolge a Perugia, ma perché non dire in tutta la regione, una sorta di ‘bonus’ annuale che risolleva i bilanci delle attività, quest’anno martoriati più che mai, complici anche gli eventi sismici della fine estate scorsa. Doveva essere un modo per esorcizzare i danni (non solo alle strutture) del terremoto e rilanciare l’appeal della nostra città e della nostra regione. Ma così non sarà! O almeno, lo sarà solo in parte.

SAFETY FIRST! La sicurezza innanzi tutto! Ci mancherebbe! Ma la prevenzione/cura più efficace può essere questa? Non lo credo! Non credo che  limitare gli accessi ad una Piazza determini un ‘rischio zero’. Per quanto ne sappia io, in mezzo ai 4.800 (o 1.500) potrebbero esserci ugualmente deficienti (come a Torino), attentatori, scippatori, spacciatori e quanto altro. Certo mettendoli tutti in fila per accedere al luogo dell’evento nei punti predisposti sarà più facile controllarli, ‘scannerizzarli’, perquisirli, … ma la certezza del non rischio non si avrà. Si potranno solo limitare eventuali danni o incidenti e neppure di questo sono certo, dal momento che, vista la conformazione urbanistica del nostro centro cittadino: le viuzze, le poche vie di accesso (che sono, inevitabilmente, anche vie di fuga), saranno ingorgate di gente che preme per entrare o aspetta che il ‘conta-persone’ segnali un posto libero, e si spera che mai e poi mai ci fosse la necessità di ‘sgomberare’ frettolosamente la 
piazza per un pericolo (o avvertito pericolo), situazione che non oso neppure immaginare quali e quanti danni possa arrecare alle persone stesse.

Stando così le cose (ma il mio è solo un punto di vista e neppure ‘autorevole’ o da ‘addetto ai lavori’), viene da pensare che le stesse misure debbano essere (o saranno) approntate anche per le manifestazioni di piazza, per i comizi, per le manifestazioni sportive (basti guardare uno stadio pieno e gli oggetti che sfuggono ai controlli, il numero di uscite di sicurezza, ed immaginare una situazione di panico), per i concerti rock (220.000 a Modena filtrati, controllati, 1.500 uomini delle forze dell’ordine impiegati e, nonostante ciò, dentro c’era di tutto), insomma per qualsiasi occasione che possa attrarre un numero di persone non quantificabile a priori.


Sembra di tornare indietro nel tempo, quando, in nome ‘dell’ordine pubblico’ si vietavano  “assembramenti, riunioni, manifestazioni di ogni tipo e non rispetto del coprifuoco”. Tanto vale per il futuro, per non correre rischi, istituire di nuovo anche il coprifuoco, così le nostre notti saranno più tranquille e nessuno si farà, o potrà fare, del male. 

La tecnica per imporre regole è sempre la stessa: trovare una scusa, un pretesto, un Cavallo di Troia che la gente possa trovare utile, e il gioco è fatto! Fine dei diritti e fine della libertà!”*.




Certo, una probabilità di rischio attentati ci può essere, una probabilità di procurato panico pure! Ma così come c’è una probabilità di cadere dalle scale, piuttosto che di essere coinvolti in un incidente stradale o di annegare al mare o in una piscina, ma non per questo limitiamo l’uso delle scale, il numero di auto che possono mettersi in marcia nello stesso momento, il numero di persone che possono entrare in acqua! No, mi correggo, per quest’ultima, proprio oggi in Parlamento si discute di limitare gli accessi alle spiagge pubbliche!

Saranno mica prove tecniche di regime? “…. la Costituzione vieta (a parole) l’apologia del fascismo, ma il problema è che la Costituzione non vieta leggi fasciste. La differenza non è neanche sottile e la connessione tra fascismo e le sue leggi dovrebbe essere talmente lineare che la sedicente democrazia non dovrebbe permettere né l’uno, né le altre. Invece ……..”*



*http://italianimbecilli.blogspot.com/2010/12/anche-bologna-divieto-di-assembramento.html

venerdì 23 giugno 2017

Perugia Pride Village 2017. Ma non eravamo tutti Charlie?



REVOCATO IL PATROCINIO DEL COMUNE DI PERUGIA ALLA MANIFESTAZIONE


Faccio fatica a capire se il problema è politico, religioso o di altra natura! Con giri di parole potrebbe essere l'uno, l'altro o l'altro ancora, oppure, sia l'uno che l'altro e l'altro ancora, fatto sta che la discussione (ne sono certo) si protrarrà a lungo e non contribuirà in alcun modo alla civile convivenza delle diverse anime che, come è normale che sia, esistono in una città la quale, pur se definita provinciale, è un capoluogo di regione e che da sempre ha accettato il cosmopolitismo, la libertà religiosa e la diversità in tutte le sue forme.

Ma veniamo ai fatti.

L'Omphalos pubblica in rete la locandina (visibile sopra), che poi verrà incriminata, per pubblicizzare il Perugia Pride Village 2017 il cui slogan è "si scrive laico, si legge libero", sicuramente per dare risalto all'evento e offrire uno spunto di riflessione alla società intera sul tema della laicità e dei diritti che la stessa associazione porta avanti; insomma una azione di marketing se vogliamo, con tanto di ideazione grafica. La locandina viene lanciata in rete attraverso i social. Un assessore regionale dell'opposizione, alzatosi una mattina e acceso lo smart, vede l'immagine e ci riconosce la Madonna (non una Drag Queen come sostengono i fautori) che stringe il Sacro Cuore e, sempre attraverso i social, ha protestato, così si è innescato il meccanismo del pro/contro, del confronto (più o meno colorito) sempre sui social, ... e fino a qui tutto normale, come è normale che di fronte a qualsiasi argomento le opinioni e i pareri possano essere diversi, variegati e contrastanti (molto spesso, ahimè, anche contraddittori). Siamo in un paese laico, libero e democratico, ci mancherebbe che tutti non abbiano il diritto di manifestare le proprie idee e le proprie opinioni, così come il proprio 'credo' e le proprie preferenze sessuali! Ma ciò che è opposizione in Regione è maggioranza in Comune (il quale aveva dato il patrocinio alla manifestazione); così, dietro le rimostranze dei 'credenti' della comunità, dapprima il sindaco Romizi chiede ad Omphalos il ritiro della locandina 'blasfema', Omphalos non lo fa (e non potrebbe più farlo visto che circolando in rete oramai l'immagine è di dominio pubblico) ed il Comune toglie il patrocinio alla manifestazione; questa, in sintesi, è la motivazione di Palazzo dei Priori: 



“Perugia è una grande città, nella quale il pensiero differente è una ricchezza che ci sollecita tutti i giorni. Con questo spirito non può che essere interpretato il riconoscimento del Patrocinio del Comune di Perugia alle più diverse manifestazioni di associazioni rappresentative del nostro dibattito civile. È bene precisarlo per chi, ancora, ogni tanto, esprime dubbi per questo o quell'altro Patrocinio, che non può essere inteso come sostegno e adesione totale della Comunità perugina ad un solo pensiero, ma è atto di dovuto riguardo a quella specifica espressione delle nostre più varie ricchezze civili. Però, non può essere banalizzata l’immagine, non rientrante nel materiale oggetto di patrocinio, con la quale, nei giorni scorsi, gli organizzatori del “Perugia Pride Village” hanno ritenuto di ricercare visibilità. La provocatoria caricatura di un’immagine sacra per i credenti costituisce una drastica rottura di quegli irrinunciabili principi di rispetto dell’altro, nei quali tutti dovrebbero riconoscersi; compreso chi si è lasciato andare ad inaccettabili insulti omofobi e compreso chi, strumentalmente ed ancora provocatoriamente, si è scagliato in maniera offensiva contro l’Amministrazione Comunale. La vera laicità, giova ricordarlo, non passa dalla legalizzazione della denigrazione dei simboli religiosi altrui ma pretende che ognuno sia pienamente rispettato nella sua scelta di credente o di non credente. Diviene, perciò, inevitabile procedere con la revoca di quel Patrocinio. È un atto dovuto alla nostra Perugia. A nessuno sia consentito interpretarlo quale atto ostile nei confronti dell’associazione Omphalos e dei diritti che sostiene, chi cercherà di farne motivo di propaganda riuscirà solo ad avvilire ulteriormente le ragioni che afferma. Nessuno esulti per questa revoca perché, pur doverosa, segnala una ferita nel nostro tessuto civile che dovremo essere tutti capaci di sanare al più presto”.


Ora, al di la delle frasi di rito circa la convivenza civile e quanto altro, il succo della questione pare essere (anzi 'è'): "....la provocatoria caricatura di un’immagine sacra per i credenti costituisce una drastica rottura di quegli irrinunciabili principi di rispetto dell’altro" e ancora: "denigrazione dei simboli religiosi altrui"   che sembrano tanto rievocare le motivazioni degli autori della strage nella sede di Charlie Ebdo, vignettista satirico considerato dai musulmani blasfemo per aver preso a soggetto Maometto, senza considerare che lo stesso potrebbe essere stato considerato blasfemo da tutte le religioni avendo fatto vignette su tutti i 'credo', compreso Papa e cattolici. Ma allora "on était tous Charlie" o quantomeno indifferenti! Oggi? Mi domando se lo siamo ancora! Mi domando dove sta la differenza tra le motivazioni musulmane che hanno portato all'uccisione del vignettista rispetto a quelle di una Amministrazione comunale che crea divieti a fronte di blasfemia (così giudicata in maniera arbitraria da una parte dei cittadini) che offenderebbe i credenti della comunità intera. Io personalmente, da credente, non mi sono sentito offeso, ma guai a chiamare questi credenti 'bigotti' perché non lo sono! Non è bigotto chi si scandalizza per una locandina che considera 'blasfema' e quindi discrimina e ne impedisce la sua divulgazione. Non è bigotto chi si professa credente e trasgredisce, con questa presa di posizione mascherata dalla rivendicazione del rispetto, il comandamento 'non uccidere', chissà magari 'credendo' che non uccidere significa non sparare, non strozzare qualcuno, ... insomma non uccidere fisicamente, trascurando che il concetto espresso dal comandamento è più ampio, ovvero "si uccide ogni qual volta si giudica, si isola, si discrimina, si odia, si parla male, .... di un fratello", soprattutto se questi è un 'non credente', in quanto un credente vero 'prega' per i non credenti, per i blasfemi, affinché questi vengano perdonati ed accolti dalla misericordia divina. Ma potremmo continuare all'infinito nel disquisire sul concetto di credente, blasfemo o bigotto, fatto sta che la 'presunta blasfemia' del manifesto sembra un pretesto più che una motivazione. Oltre tutto mi pare che le istituzioni cittadine della Chiesa non abbiano fatto neppure una nota sulla questione e credo che giudicare 'blasfemo' un qualcosa sia di loro propria competenza. Inoltre, nella stessa nota di Palazzo dei Priori, si legge: "Diviene, perciò, inevitabile procedere con la revoca di quel Patrocinio. È un atto dovuto alla nostra Perugia" sorge spontaneo domandarsi se quel "nostra" sia riferito effettivamente a tutta la comunità oppure sia un plurale maiestatis oppure per nostra si intende la loro, ovvero di quelli che hanno protestato.


Risultato: se una amministrazione comunale vieta (ordina il ritiro) una locandina che la stessa amministrazione reputa 'blasfema' per tutelare le sensibilità ed il rispetto dei credenti (ma solo alcuni dal momento che come me molti altri credenti non si sono sentiti offesi o non rispettati) della comunità, perché, ad esempio, poi partecipa in pompa magna a processioni e celebrazioni liturgiche con lo stendardo della Città, in rappresentanza della comunità intera quindi, senza tutelare i non credenti della stessa che potrebbero sentirsi offesi? Mah, vallo a sapere! Sta di fatto che di errori mi pare ci siano, da diversi fronti, la cosa preoccupante è che nel giro di pochissimi giorni a Perugia si sono verificati due eventi a dir poco "anomali", questo appena descritto e la non trascrizione dell'atto di nascita del piccolo Joan in quanto figlio di una coppia lesbica e non di una famiglia 'tradizionale', che fanno riflettere e che sono destinati ad infuocare l'estate perugina.



Potrebbe interessarti: http://www.perugiatoday.it/cronaca/comune-ritiro-patrocinio-omphalos-gay-pride-village.html
Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/PerugiaToday/100142986753754


Potrebbe interessarti: http://www.perugiatoday.it/cronaca/comune-ritiro-patrocinio-omphalos-gay-pride-village.html
Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/PerugiaToday/100142986753754

mercoledì 14 settembre 2016

Da Riace una lezione da imparare in tema di immigrazione

Mentre le campagne populiste, xenofobe e razziste spadroneggiano nell'intento di 'accaparrarsi' consensi elettorali, fortunatamente c'è anche chi, risalendo la corrente, dimostra di essere ancora un essere umano che considera l'altro come una risorsa e non come un nemico. Sto parlando del Sindaco di Riace  Domenico Lucano e della gente (poca a dir la verità!) che è rimasta a vivere lì . 
Grazie all'impegno del Sindaco e della cittadinanza, infatti, il paese in provincia di Reggio Calabria ha trovato nuova linfa vitale in chi fuggiva dalla guerra e dalla fame: così curdi, africani, afgani hanno ridato vita all'economia cittadina.


Riace fino a poco tempo fa si stava spopolando ma poi sono arrivati i migranti: "Nel 1998 - racconta il Sindaco - a Riace c'è stato uno sbarco nel nostro mare: sono arrivati qui diversi profughi che venivano dal Kurdistan. All'epoca non c'era tutta questa attenzione sulla questione immigrazione. Con quelle persone abbiamo deciso di far scattare un meccanismo di solidarietà collettiva".
Da allora quello che era un paese con un'età media alta e destinato a spopolarsi, come purtroppo molte località del nostro meridione, ha ritrovato vita: "Abbiamo iniziato ad accogliere i profughi nelle strutture parrocchiali. Piano piano loro sono diventati cittadini e amici. La nostra non è un'integrazione, ma un'interazione". Anche i figli del sindaco non vivono a Riace ma il paese ha riaperto la sua scuola e le sue botteghe da quando sono arrivati i migranti: per le strade tante sono le coppie miste e i bimbi dalla pelle scura che parlano italiano con perfetto accento reggino.
*

Questo è quello che considero un esempio virtuoso da clonare ovunque: in Italia e nel mondo!

Ulteriore elemento di riflessione me l'ha dato uno scritto che 'rubo' (non me ne vorrà, spero!) da Facebook di un Avvocato originario di Nicotera, Francesco Di Pietro, ma che vive a Perugia, il quale anziché cercare, come tutti gli avvocati, clientela danarosa da 'difendere' nei tribunali, ha deciso di spendere la sua professionalità al servizio degli immigrati, delle loro storie e dei loro diritti. Conosco Francesco e so quanta umanità e professionalità mette nel suo lavoro, ..... molto difficile tra l'altro!

Ecco lo scritto, spero illuminante, per noi abituati a sentire, della Calabria, solo storie di mafie, di ndrangheta, di degrado e per tutti quelli che considerano l'immigrazione una piaga, un male da debellare.




40 MINUTI
(O I LUOGHI DELLA NORMALITÀ) 
di Francesco di Pietro.


La Calabria è una terra bagnata da due mari.
Su una collina in riva al mar Tirreno vi è il mio paese natìo, baciato dal sole ed accarezzato dal maestrale: Nicotera. "Nike teros", la più vittoriosa.


È circondato a Sud dalla Sicilia col suo Etna sbuffante, e ad Ovest dalle isole Eolie con un altrettanto fumeggiante Stromboli.

Nel mezzo, il mare con le barche dei pescatori. Che, per le loro vele bianche e triangolari, si sarebbero potute scambiare "per rondinelle dirette al nido" (scrive Alexander Dumas padre, in "Mastro Adamo, il calabrese"). 



Un giorno decido di andare dall'altra parte, sul versante jonico. Per visitare un paese di cui tanto avevo letto negli ultimi mesi: Riace.

É la mattina del 17 agosto e sulla lunga spiaggia di Nicotera Marina i tanti bagnanti cercano riparo dal sole cocente sotto colorati ombrelloni. Altri nuotano nel blu del mare, a tratti biancheggiante a causa delle onde. 



Percorro la strada che taglia le campagne di agrumeti della piana di Gioia Tauro.
Campagne ammirate da Carlo Levi, che passandovi in treno, così le descrisse nel romanzo "Le parole sono pietre": "Vicini passavano i boschi d’argento e i campi degli aranci e dei limoni con le fresche ombre scure e le palle dei frutti fosforescenti di una loro intensa luce rossa e gialla, come mille piccoli soli". 

Giungo a Rosarno, per poi imboccare la strada che collega i due mari.
Si impiegano 40 minuti per raggiungere il mar Jonio.
Ogni tanto incrocio qualche migrante africano in sella ad una bici sgangherata. Pedala a fatica, sul ciglio della strada, per raggiungere i campi, dove lo attendono altrettanta fatica ed una misera paga.
Ed il ricordo va a scene viste tanti anni fa. Quando da studente mi recavo, alle prime ore del mattino, alla stazione di Rosarno. E vedevo le lunghe fila di migranti africani seduti su un muretto ad attendere il furgoncino del caporale.
Vedevo allora ed ho continuato poi a vedere.
Vedevo le baracche fatiscenti e le tende improvvisate. O i vestiti stesi ad asciugare sui muri di cinta della famigerata Cartiera. E mio papà che, transitando da lì in auto, accostava, si avvicina ad un gruppetto di migranti per dare loro qualcosa, qualche lira. "Almeno stasera mangeranno qualcosa" - diceva rattristato una volta risalito in auto.
Ed il pensiero va anche ai lunghi ed appassionati dialoghi con l'amico Giuseppe Pugliese dell'associazione "SoS Rosarno". Un eroe romantico calabrese. Uno dei pochi rimasti. Un Don Chisciotte del tempo presente contro i mulini a vento del tempo presente: le multinazionali alimentari e la GDO. 

Eccomi al porto di Gioia Tauro. Alte gru ed infinite distese di colorati container.
Dentro, ben imballate, le merci in viaggio da un continente all'altro.
A pochi chilometri dalle tende fatiscenti di San Ferdinando con dentro miseri esseri umani in viaggio da un continente all'altro.
Da lì si imbocca la strada di grande comunicazione Jonio - Tirreno.
Ci siamo lasciati alle spalle le campagne con mandarini e limoni. Il paesaggio cambia, diviene montano, pieno di fitti boschi. Siamo nei pressi dell'Aspromonte. E per un attimo mi ricorda la mia verde Umbria.
Eccolo poi variare in distese brulle, quasi aride. Sono i letti asciutti delle fiumare. Caratteristica della Calabria.
Dopo pochi chilometri, "Tálatta! Tálatta!". Compare in lontananza il mar Jonio. 

In 40 minuti, in Calabria, si passa da un mare all'altro.
Arrivo a Gioiosa Jonica e proseguo verso nord. Statale 106. Strada pericolosa e spesso teatro di incidenti mortali.
Attraversa e collega tra loro diversi paesi costieri. Proseguendo verso Nord, dopo Gioiosa, ecco Roccella, poi Caulonia.
Guido ed osservo il paesaggio.
Mi hanno sempre colpito le case incomplete. Tanti palazzi hanno la facciata con i mattoni a vista e sono senza tetto: ci sono i pilastri per costruire poi un altro piano. Si vuole sopraelevare, si vuole costruire la casa per i figli, per quando si sposeranno. Quei pilastri son brutti, é vero. Ma il motivo della loro presenza mostra una cosa dell'animo dei calabresi: pensare ai figli.
Lo ha ben narrato il registra calabrese Gianni Amelio nel film "Il ladro di bambini". Mi ha sempre commosso la scena dell'abbraccio tra il nipote carabiniere e la nonna, in mezzo alle case incomplete e con alle spalle le auto che sfrecciano indifferenti sulla 106. In quella breve scena sono narrati tutti i pregi e tutti i difetti di questa terra. 

Continuo il mio viaggio.
Passando per Caulonia, mi ricordo di una storia letta al Liceo. Quella dell'autoproclamata "Repubblica rossa di Caulonia" nel 1945 e della rivolta dei contadini, soggetti alle angherie dei potenti proprietari terrieri. Una sorta di repubblica partigiana del profondo Sud. O almeno mi piace pensarlo. 

Infine arrivo a Riace Marina. In quelle acque, nel 1972, furono scoperti i famosi bronzi. Uno dei doni più preziosi dei nostri antenati greci.
La mia destinazione è Riace superiore. Dalla costa mi sposto verso l'interno, percorrendo una strada con tornanti in salita e che taglia un paesaggio arido e con scarsa vegetazione.
La terra arsa dal sole mostra le difficoltà di vita che hanno sempre avuto gli abitanti di questa parte di Calabria. 

Giungo a Riace accolto da colorati segnali: "Il paese dell'accoglienza".
E faccio presto a capire che sia proprio così.
Nella piazzetta, alcune ragazze nigeriane siedono sulle panchine, all'ombra degli alberi, con i loro bambini. Loro vicine, siedono alcune anziane signore.
Entro nel bar per un caffè e scambio due chiacchiere con il barista.
"Io sono di Nicotera." - dico.
"Ah! Dall'altro lato!" - esclama.
Subito vengo avvicinato da un anziano signore dai modi garbati. Mi chiede se fossi appena arrivato e mi da alcuni consigli sulle cose da vedere.
Gli chiedo del sindaco Domenico Lucano.
"Era qui poco fa!" - mi risponde. 

L'anziano signore non era solo. Era accompagnato da un suo amico, anche lui con tante primavere sulle spalle.
Sedevano insieme al tavolino del bar.
È facile imbattersi, nei tanti piccoli paesi della Calabria, in anziane persone sedute sul gradino dell'uscio di casa, su una panchina o al tavolino di un bar.
Stanno seduti. Non fanno nulla e parlano pochissimo. Assorti nei loro pensieri.
Ho sempre pensato che essi fossero come gli eredi degli antichi filosofi greci, vissuti anticamente in questi luoghi, in Magna Grecia.
Ad un osservatore distratto potrebbero sembrare dei meri sfaccendati. Ma a guardarli bene nei loro volti solcati dalle rughe, a guardare il loro sguardo assorto e gli occhi fissi nel vuoto, vengono in mente Eraclito o Empedocle. 
C'è un filo rosso, infatti, tra quei vecchi ed i filosofi presocratici.
"Era destino!" - si sente spesso dire sospirando ai nostri vecchi.
"Panta rei." (Tutto scorre) - diceva Eraclito.
C'è un filo rosso tra il divenire eracliteo ed il nostro fatalismo o la nostra rassegnazione.
Altra eredità lasciataci dagli antichi greci. Come quei bronzi rinvenuti nel mare di Riace. Ma non altrettanto bella. 

Percorro la via principale del paese e la mia attenzione è attirata subito dai colorati grandi disegni sui muri della case.
Ne riconosco subito uno già visto in una foto su un sito internet: tante nuvole con i nomi dei tanti paesi da cui arrivano i migranti.
"Dove vanno le nuvole?" - c'è scritto in basso. Forse un omaggio a Modugno o forse a Pasolini.
"Cosa sono le nuvole?" - faceva chiedere Pier Paolo Pasolini a Otello, Ninetto Davoli, nell'omonimo film. 

"Villaggio globale". La scritta campeggia su un colorato arco in legno.
Dopo di esso, un laboratorio artigiano di ceramica. Entro per ammirare i lavori esposti.
Al suo interno sedevano, intente a decorare, una ragazza di Riace ed una ragazza pakistana.
"Lei non parla italiano. Comunichiamo in inglese." - dice la ragazza italiana.
"Ma tu non parli urdu?" - chiedo scherzosamente a quest'ultima, che risponde ridendo.
La giovane pakistana e' molto bella. Ha dei lunghi capelli nero corvino. Non parla ed ha un contegno serio. Il suo silenzio la rende un po' misteriosa e quindi ancora più bella. 

Cammino per le viuzze del paese. Molto simili al centro storico della mia Nicotera. Mi ricordano il quartiere baglio ai piedi del Castello dei Ruffo.
Ecco il bel murale dedicato a Peppe Valarioti, "giovane ribelle". Rosarnese, comunista, ucciso a soli trent'anni dalla 'ndrangheta. Fu ucciso a Nicotera, a colpi di lupara. Un po' di Rosarno in quel di Riace. 

Da un grande portone sovrastato da un antico portale in pietra escono due ragazze nigeriane cinte da lunghe vesti colorate. Parlano a voce alta, come sono solite le nigeriane. E ridono.
Salgono su per la viuzza in salita e si fermano a parlare con alcune anziane persone.
Passa per la piazzetta un'altra ragazza nigeriana con il figlioletto legato dietro la schiena a dormire beato.
Il silenzio e' rotto dal rumore di un piccolo trattore guidato da un giovane africano. Tira un altrettanto piccolo rimorchio con i sacchetti della raccolta differenziata. 

Percorro una via in discesa e mi dirigo verso un arco (una lamia, diremmo in dialetto nicoterese).
C'è un affaccio sulle campagne circostanti. Un paesaggio brullo ed arido.
Lì, su una parete, un grande disegno raffigura il volto rugoso di una nostra vecchia ed accanto una giovane mamma africana che tiene la figlia per mano.
Il prima ed il dopo. Il paese in cui son rimasti solo i vecchi e che stava per morire, oggi rivive ripopolato dai giovani nuovi arrivati. 

È nella normalità delle cose.
Da un lato abbiamo dei tetti senza le persone sotto.
Da un altro lato abbiamo persone senza un tetto sopra la testa.
Il resto va da sé. È semplice. È normale che quelle persone vadano a vivere sotto quei tetti.
È l'utopia della normalità di cui parla il sindaco di Riace, Domenico Lucano.
La giustizia è sorella della semplicità. Non dobbiamo stare ad interrogarci su quale sia il migliore modello di giustizia, per poi dimenticarci di attuarla.
La giustizia tende a manifestarsi nei fatti, scriveva Cicerone in un frammento al "De Repubblica".
La giustizia deve essere un fatto. Un fatto semplice e normale. Ed a Riace la giustizia si manifesta nei fatti. 

Ed eccone tanti altri di tali fatti.
Una bottega di lavorazione di oggetti in vetro e rame dove lavorano insieme una ragazza di Riace ed una ragazza somala.
Una bottega di lavori di ricamo dove lavora una elegante donna afghana con un colorato velo a coprirle il capo e dal portamento aristocratico. Non sorride e non parla, chiusa in un suo dignitoso silenzio.
Compro qualche oggetto.
Non chiedo loro nulla. Ho sempre pensato che qualsiasi domanda posta ai rifugiati rischia di apparire stupida.
Chiedo solo il paese di provenienza. Mi basta quello per capire la loro storia.
Penso alla situazione di sottomissione ed ai drammi delle donne afghane. Penso per un attimo ad una mia assistita, Madina, ed a sua madre vittima dei talebani.
Non chiedo nulla. Meglio un sorriso ed un incrocio di sguardi.
Ci tengo però a dire loro: "Buon lavoro". Non può esserci asilo senza lavoro.
Dire "buon lavoro" ad una donna che non ha mai potuto lavorare, poiché in Afghanistan alle donne è impedito, significa dire: "Stai lavorando. Adesso sei libera." 

Una vita tranquilla e normale. La normalità.
La normalità a Riace non è più un'utopia, nel senso di "u topos", non luogo; ma ha trovato un luogo.
Ed ha trovato un luogo anche in tanti altri paesi di questa Calabria. Lo ha trovato nella vicina Camini.
È l'accoglienza dei migranti che c'è nei tanti paesi della Locride.
Un tempo qui i greci veneravano Giove Xeno, protettore degli ospiti.
Ora si venera un altro Dio, ma è rimasta la sacralità dell'ospite. 

Penso che a poca distanza da Riace vi è Stilo. Il paese di Tommaso Campanella.
Mi piace pensare che nei paesi della Locride si stia per costruire la sua "Città del sole", dove tutto è di tutti, dove tutte le cose sono in comune. 

Prendo la strada del ritorno. Per tornare sul Tirreno.
In 40 minuti sono dall'altra parte.
Rieccomi nella piana di Gioia Tauro, nelle campagne di agrumi.
A poca distanza dalle baracche dei braccianti africani c'è un lussuoso campo da golf.
Una delle contraddizioni di questa terra. Una delle contraddizioni del "civile" Occidente. 

Ritorno nella mia Nicotera ed osservo l'esteso centro storico con le tante case poste sul pendio della collina a guardare il mare.
Tante case tutte disabitate. E penso come sarebbe bello fare come a Riace.
È molto semplice. Si tratta di dare ai neo arrivati ciò che noi abbiamo abbandonato.
Sarebbe un buon inizio per un mondo migliore. Per un mondo normale.






* Cfr. http://www.today.it/cronaca/intervista-sindaco-riace-domenico-lucano-migranti.html


Potrebbe interessarti:http://www.today.it/cronaca/intervista-sindaco-riace-domenico-lucano-migranti.html
Seguici su Facebook:http://www.facebook.com/pages/Todayit/335145169857930

martedì 9 agosto 2016

Il capitale internazionale: la nuova età imperiale


NOAM CHOMSKY: 
NON HA PIÙ IMPORTANZA CHI DETIENE IL POTERE POLITICO, TANTO NON SONO PIÙ LORO A DECIDERE LE COSE DA FARE.

di Noam Chomsky (basato su dibattiti tenuti in Illinois, New Jersey, Massachusetts, New York e Maryland nel 1994,1996 e 1999)


UN uomo: Negli ultimi venticinque anni il capitale finanziario multinazionale, piuttosto che negli investimenti e nel commercio, è stato impiegato nelle speculazioni sui mercati azionari internazionali, al punto da dare l’impressione che gli Stati Uniti siano diventati una colonia alla mercé dei movimenti di capitali internazionali. Non ha più importanza chi detiene il potere politico, tanto non sono più loro a decidere le cose da fare. Che portata ha, oggi, questo fenomeno sulla scena intemazionale? Per prima cosa dobbiamo fare più attenzione al linguaggio che utilizziamo, me compreso. Non dovremmo parlare semplicemente di “Stati Uniti”, perché non esiste una simile entità, così come non esistono entità come l'”Inghilterra” o il “Giappone”. Può darsi che la popolazione degli Stati Uniti sia “colonizzata”, ma gli interessi aziendali che hanno base negli Stati Uniti non sono affatto “colonizzati”. A volte si sente parlare di “declino dell’America”, e se si osserva la quota mondiale di produzione che viene effettuata sul territorio degli Stati Uniti è vero, è in declino. Ma se si considera la quota di produzione mondiale delle aziende che hanno sede negli Stati Uniti, ci si accorgerà che non c’è alcun declino, anzi, le cose vanno per il meglio. Il fatto è che questa produzione ha luogo soprattutto nel Terzo mondo. Quindi possiamo parlare di “Stati Uniti” come entità geografica, ma non è questo ciò che conta nel mondo degli affari. In sintesi, se non si parte da un’elementare analisi di classe non si riesce nemmeno a comprendere il mondo reale: cose come “gli Stati Uniti” non sono entità. Ma lei ha comunque ragione: gran parte della popolazione degli Stati Uniti viene sospinta verso una sorta di condizione sociale da Terzo mondo colonizzato. Dobbiamo però ricordare che esiste un altro settore, composto da ricchi manager, da ricchi investitori e dai loro scherani nel Terzo mondo, come i gangster della mafia russa o qualche ricco dignitario brasiliano, che curano i loro interessi a livello locale. E questo è un settore del tutto diverso, i cui affari stanno andando a gonfie vele. Per quanto riguarda i capitali destinati alle speculazioni, anch’essi hanno una parte estremamente importante. Lei è nel giusto quando sostiene che hanno un enorme impatto sui governi nazionali. Si tratta di un fenomeno molto esteso; le cifre sono di per sé impressionanti. Intorno al 1970, circa il 90 percento del capitale coinvolto nelle transazioni economiche internazionali veniva utilizzato a scopi commerciali o produttivi e soltanto il 10 percento a scopi speculativi. Oggi le cifre si sono invertite: nel 1990, il 90 percento del capitale totale era utilizzato per la speculazione; nel 1994 si era saliti addirittura al 95 percento. Inoltre l’ammontare globale del capitale speculativo è esploso: l’ultima stima della Banca mondiale indicava una cifra di circa 14 000 miliardi di dollari. Ciò significa che ci sono 14 000 miliardi di dollari che possono essere liberamente spostati da un’economia nazionale a un’altra: un ammontare enorme, superiore alle risorse di qual siasi governo nazionale, e che quindi lascia ai governi possibilità estremamente limitate quando si tratta di operare scelte politiche economico-finanziarie. Perché si è verificata una crescita tanto imponente del capitale speculativo? I motivi chiave sono due. Il primo ha a che fare con lo smantellamento del sistema economico mondiale del dopoguerra, che avvenne nei primi anni settanta. Vedete, durante la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti riorganizzarono il sistema economico mondiale e si trasformarono in una sorta di “banchiere globale” [durante la Conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite a Bretton Woods, nel 1944]: il dollaro diventò la valuta mondiale, venne fissato all’oro e divenne il punto di riferimento per le valute degli altri paesi. Questo sistema fu alla base della consistente crescita economica degli anni cinquanta e sessanta. Ma negli anni settanta il sistema di Bretton Woods era divenuto insostenibile: gli Stati Uniti non erano più abbastanza forti economicamente da continuare a essere il banchiere del mondo, soprattutto per gli alti costi della guerra nel Vietnam. Così Richard Nixon prese la decisione di smantellare del tutto l’accordo: all’inizio degli anni settanta sganciò gli Stati Uniti dal sistema monetario aureo, aumentò le tasse sulle importazioni, distrusse tutto il sistema. La fine di questo sistema di regolamentazione internazionale diede l’avvio a una speculazione sulle valute senza precedenti e a una fluttuazione degli scambi finanziari, fenomeni da quel momento in costante crescita. Il secondo fattore che ha determinato il boom del capitale speculativo è stato la rivoluzione tecnologica nelle telecomunicazioni, che avvenne nello stesso periodo e rese d’improvviso molto facile il trasferimento di valuta da un paese all’altro. Oggi, virtualmente, l’intera Borsa valori di New York si sposta a Tokyo durante la notte: il denaro è a New York di giorno, poi viene trasferito “via rete” a Tokyo, e siccome il Giappone è in anticipo di quattordici ore rispetto a noi, lo stesso denaro viene utilizzato in entrambi i posti. Ormai, quasi 1000 miliardi di dollari vengono spostati quotidianamente sui mercati speculativi internazionali, con effetti enormi sui governi nazionali. A questo punto, la comunità internazionale che gestisce questi investimenti ha un virtuale potere di veto su tutto ciò che un governo nazionale può fare. È quanto accade oggi negli Stati Uniti. Il nostro paese si sta riprendendo lentamente dall’ultima recessione; certamente è la ripresa più lenta dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ma c’è stagnazione soltanto sotto un certo punto di vista: la crescita economica è molto bassa, si sono creati pochi posti di lavoro (in realtà, per molti anni, i salari sono persino scesi durante questa “ripresa”), ma i profitti sono andati alle stelle. Ogni anno la rivista Fortune esce con un numero dedicato alla ricchezza delle persone più importanti del mondo, Fortune 500, il quale ci dice che i profitti in questo periodo si sono impennati: nel 1993 erano molto buoni, nel 1994 esaltanti e nel 1995 avevano battuto ogni record. Nel frattempo i salari reali scendevano, la crescita economica e la produzione erano molto basse e questa lenta crescita a volte veniva addirittura fermata perché il mercato obbligazionario “dava segnali” di non gradirla. Vedete, gli speculatori finanziari non vogliono la crescita: vogliono valute stabili, quindi niente crescita. La stampa specializzata parla apertamente della «minaccia di una crescita troppo impetuosa», della «minaccia di un eccesso di occupazione»: tra di loro lo dicono chiaramente. Il motivo? Chi specula sulle valute teme l’inflazione, perché fa diminuire il valore del suo denaro. E qualunque tipo di crescita o di stimolo economico, qualunque diminuzione della disoccupazione minacciano di far crescere l’inflazione. Agli speculatori valutari questo non piace, così quando vedono i primi segnali di una politica di stimolo dell’economia o di una qualsiasi iniziativa capace di produrre una crescita, portano via i capitali da quel paese, provocando una recessione. Il risultato complessivo di queste manovre è uno spostamento internazionale verso economie a bassa crescita, bassi salari e alti profitti, perché i governi nazionali che cercano di prendere decisioni di politica economica e sociale non hanno mano libera temendo una fuga di capitali che potrebbe far crollare le loro economie. I governi del Terzo mondo sono bloccati, non hanno nemmeno la possibilità di portare avanti una politica economica nazionale. Ormai c’è da chiedersi se anche le grandi nazioni, Stati Uniti inclusi, abbiano la possibilità di farlo. Non credo che i governi che si sono succeduti in America avrebbero voluto politiche economiche molto diverse ma, nel caso, penso che sarebbe stato molto difficile, se non impossibile, attuarle. Per darvi soltanto un esempio, subito dopo le elezioni del 1992, sulla prima pagina del Wall Street Journal comparve un articolo in cui si informavano i lettori che non avevano alcun motivo di temere che qualcuno dei “sinistrorsi” vicini a Clinton avrebbe cambiato qualcosa una volta arrivato al potere. Ovviamente il mondo degli affari già lo sapeva, come si può notare osservando l’andamento dei mercati finanziari verso la fine della campagna elettorale. Ma ad ogni buon conto il Wall Street Journal spiegò che, se per qualche sfortunata coincidenza Clinton o qualsiasi altro candidato avesse cercato di avviare un programma di riforme sociali, sarebbe stato immediatamente bloccato. L’articolo affermava una cosa ovvia e citava i dati che la confermavano. Gli Stati Uniti hanno un forte debito, che era parte integrante del programma Reagan-Bush per non permettere al governo di portare avanti iniziative di spesa sociale. “Essere in debito” significa soprattutto che il dipartimento del Tesoro ha venduto un sacco di titoli – obbligazioni, buoni del Tesoro e via discorrendo – agli investitori, che a loro volta li scambiano sul mercato dei titoli. Secondo il Wall Street Journal, ogni giorno si scambiano circa 150 miliardi di dollari esclusivamente in titoli del Tesoro. L’articolo spiegava che se gli investitori che possiedono questi titoli non apprezzano le politiche del governo americano possono, come avvertimento, venderne qualche piccola quota e ciò provocherà automaticamente un aumento del tasso d’interesse, che a sua volta farà aumentare il deficit. Ebbene, in questo articolo si calcolava che se questo “avvertimento” fosse sufficiente ad alzare il tasso d’interesse dell’1 percento, il deficit aumenterebbe da un giorno all’altro di 20 miliardi di dollari. Ciò significa che se Clinton (questa è pura immaginazione) proponesse un programma di spesa sociale di 20 miliardi di dollari, la comunità degli investitori potrebbe trasformarlo istantaneamente in un programma da 40 miliardi dollari, con un solo piccolo segnale, bloccando così ogni altra mossa di quel genere. Contemporaneamente, sull’Economist di Londra – grande giornale liberista – si poteva leggere un articolo fantastico sui paesi dell’Europa orientale che avevano votato per far tornare al potere i socialisti e i comunisti. Ma in sostanza l’articolo invitava a non preoccuparsi, perché «l’amministrazione è sganciata dalla politica». In altre parole, indipendentemente dai giochi che quei tipi si divertono a fare nell’arena politica, le cose continueranno come sempre, perché li teniamo per le palle: controlliamo le valute internazionali, siamo gli unici che possono concedere prestiti, possiamo distruggere le loro economie come e quando vogliamo. Che si occupino pure di politica, che fingano pure di avere la democrazia che vogliono, facciano pure: basta che «l’amministrazione sia sganciata dalla politica». Quello che sta accadendo in questo periodo è una novità assoluta. Negli ultimi anni si sta imponendo un nuovo tipo di governo, destinato a servire i bisogni sempre crescenti di questa nuova classe dominante internazionale, che a volte è stata definita “il governo mondiale di fatto”. I nuovi accordi internazionali sul commercio riguardano proprio questo aspetto, e parlo del NAFTA, del GATT e così via, così come della cee e delle organizzazioni finanziarie come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, la Banca interamericana di sviluppo, l’Organizzazione mondiale del commercio (wto), i G7 che programmano gli incontri tra i grandi paesi industrializzati. Questi organismi sono tutti espressione della volontà di concentrare il potere in un sistema economico mondiale che faccia sì che «l’amministrazione sia sganciata dalla politica»; in altre parole, che la popolazione mondiale non abbia alcun ruolo nel processo decisionale, che le scelte strategiche vengano trasferite in un empireo lontanissimo dalle possibilità di conoscenza e di comprensione della gente, che così non avrà la minima idea delle decisioni che influenzeranno la sua vita e certo non potrà modificarle. La Banca mondiale ha un proprio modo per definire il fenomeno: lo chiama “isolamento tecnocratico”. Quindi, se leggete gli studi della Banca mondiale, vedrete che parlano dell’importanza dell’ “isolamento tecnocratico”, alludendo alla necessità che un gruppo di tecnocrati, essenzialmente impiegati nelle grandi imprese multinazionali, operi in pieno “isolamento” quando progetta le politiche perché, se la gente venisse coinvolta, potrebbe farsi venire in mente brutte idee, come un tipo di crescita economica che operi a favore di tutti invece che dei profitti e altre sciocchezze del genere. Allora bisogna che i tecnocrati siano isolati, e una volta ottenuto lo scopo si potrà concedere tutta la “democrazia” che si vuole, tanto non farà alcuna differenza. Sulla stampa economica internazionale questo quadro è stato definito con una certa franchezza come “la nuova età imperiale”. E la ritengo una definizione azzeccata: di certo stiamo andando in quella direzione.


Fonte:
Ribloggato da : https://miccolismauro.wordpress.com/2014/11/30/il-capitale-internazionale-la-nuova-eta-imperiale/